Valle d’Aosta, cultura millenaria

Ammantata di onirismo, carezzata dalle memorie, sedotta dal mito, la Valle d’Aosta troneggia al confluire tra verità e fantasia, ergendo attorno a sé le possenti mura di una leggendaria origine tuttora avvolta nel mistero.

Il prologo dell’ideale manoscritto che custodisce con immutata deferenza i segreti di una ininterrotta e gloriosa evoluzione esordisce già nel tardo Neolitico e narra di primitivi insediamenti umani dediti alla coltivazione e alla lavorazione cerealicola; tra le prime pagine sospinte dal vento dell’innovazione, a cavallo tra IV e I millennio a.C, si legge di popoli di abili manifatturieri metallurgici e devoti professatori di arcani culti dei quali arature e statue sacre, tombe e simulacri racchiusi tra le pareti dell’Area megalitica di Saint-Martin-de- Corléans si rendono testimonianza.

È la civiltà Salassa eroicamente dipendente da Ercole ma cronisticamente sorta tra i pendii delle Alpi svizzere attorno al VI secolo a.C. ad avviare un secondo lungo capitolo della storia valdostana, il quale la descrive come l’assoluta dominatrice della regione ove scorre sinuosa la Dora Baltea nonché degli strategici valichi del Grande e del Piccolo San Bernardo che essa ospita: proprio l’interesse per essi accomuna ambedue le popolazioni Salasse e Romana, determinando peraltro il primo coup de théâtre di un racconto millenario che, dopo decenni di feroci battaglie, nel 25 a.C. elegge i figli di Cesare padroni indiscussi di quella via delle Gallie che dalla capitale romana conduce mercanti e guerrieri sin nelle zone più remote del nordovest europeo.

Sono gli albori della grandezza.

Augusta Praetoria (Aosta)

Sorge Augusta Praetoria Salassorum, il cuore pulsante di un regno. La Dora e il Buthier la nutrono, l’imponente cinta muraria che la circonda scongiura gli attacchi nemici, il decumanus maximus permette l’accesso ai cittadini, incrociando perpendicolarmente la sua via gemella, il cardo.

Sul limitare orientale della roccaforte, seconda soltanto alla centrale Roma per quantità di monumenti latini, dopo aver attraversato il Pont de Pierre, il solenne arco onorario dedicato ad Augusto immobilizza in capitelli e rilievi l’eterna grandezza dell’esercito e del suo imperatore; mosso appena qualche passo, un’allora marmorea Porta Praetoria sancisce, con le sue tre aperture per carri e pedoni, l’ingresso definitivo alla capitale della provincia aostana. All’interno delle mura, su di un livello del suolo inferiore di circa due metri rispetto a quello odierno a causa dell’accumulo di materiali trasportati dalle piene fluviali, il settore settentrionale ospita quartieri residenziali e opere architettoniche tuttora intrisi dei ricordi e delle voci del tempo che fu: il teatro, capace di accogliere sino a quattromila spettatori su gradinate ancora ben visibili, ostenta arcate e finestre della sua facciata meridionale alta oltre venti metri, uniche sopravvissute a secoli di depredazioni e alterazioni, mentre l’annesso anfiteatro di più tarda creazione piange la maestosità del suo prominente ruolo di arena per combattimenti e giochi acquatici; spingendosi poco oltre, è facile udire l’eco delle preghiere votive e degli elogi riservati a sovrano e divinità sprigionato dal criptoportico forense, cerniera semisotterranea che unisce il sacro del tempio al profano della pubblica piazza. Alfine, la cinta, soltanto parzialmente distrutta ma ben identificabile in molteplici punti dell’Aosta moderna e ben difesa e controllata grazie alle venti torri delle quali soltanto la Torre del Lebbroso e la Torre del Pailleron hanno saputo conservare la primordiale forma, accoglie anche i più meridionali quartieri popolari relegando però al di fuori ville e fattorie dei grandi proprietari terrieri.

Un susseguente capitolo medievale, principiato nel lontano V secolo con l’invasione della provincia da parte di Burgundi e Ostrogoti e l’annessione dapprima all’Impero di Giustiniano e a seguito a quello di Carlo Magno, vede confermata la reputazione della Valle d’Aosta quale tramite tra le realtà italica e franca, personificata in ultimo da quei conti di Savoia che dall’XI secolo ne assumono il controllo: è così che la regione si accende della leggendaria magia dei castelli, alimentata da quasi un centinaio di costruzioni dapprincipio dotate di funzione difensiva e soltanto in un secondo tempo adibite a residenze private teatri di frivola vita cortese.

I castelli

Tra di esse, la più antica è il Castello di Verrès, dominante su di un picco roccioso rispetto al sottostante borgo ed edificato per volere di quei De Verretio che danno il loro nome al paese; altro contemporaneo duecentesco è il Castello di Sarre, commissionato dai celeberrimi Challant già sovrani del Castello di Issogne, mentre di rispettiva proprietà della medesima dinastia Sarriod che controlla il vicino Castello di Introd e del signore di Cly Pietro Filiberto Roncas sono invece l’enigmatica roccaforte di Saint-Pierre, eretta ai primi inizi del XV secolo e attualmente visitabile soltanto nel periodo estivo, e il maniero simbolo di Saint-Denis, realizzato attorno alla metà del XVII secolo per poi essere abbandonato.

Con un balzo avanti di circa due secoli, le cronache valdostane vedono ospite a Gressoney la regina Margherita di Savoia, che, affascinata dal villaggio e dallo charme di uno sconosciuto amante, incarica i propri architetti di corte di creare per lei una dimora ove trascorrere le proprie estati sino al 1925; ulteriore residenza signorile priva di scopi bellici è il Castello di Fénis, temporalmente contemporanea sede di rappresentanza degli esponenti locali degli Challant fulcro di eleganti decorazioni pittoriche emblemi di potenza e prestigio. Dotati di maggior recenza sono sia il Castello di Ussel, costruito nei pressi di Châtillon da Ebalo di Challant attorno al XIV secolo e primo castello monoblocco poi adibito a prigione, sia il vicino Castello Gamba, nato nei primi anni del ‘900 per volere di Charles Maurice Gamba e a oggi polo museale di arte moderna e contemporanea; ancora, mentre l’immenso Forte di Bard, progenie inattaccabile del castello trecentesco dei Savoia, è stato teatro di una fortificazione tattica prima del passaggio dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte nel 1704 e di una successiva ristrutturazione da parte del sovrano Carlo Felice dopo lo smantellamento imposto dalla Francia, il suggestivo Castello di Aymavilles – visitabile da pochi mesi dopo anni di restauri -, innalzato nel XVIII secolo su modello dell’antecedente fortilizio Challant, con la sua alternanza esteriore medievale e barocca incanta i visitatori che, esplorando lo splendido panorama cortigiano della Valle d’Aosta, abitano ancora le righe di una storia tutta da scrivere.

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